venerdì 15 luglio 2011

The turning point - Il giro di boa

In 5 days, 50 will turn 22 months. She’s getting closer and closer to the completion of her second year of life, and the long awaited chain of major changes in her levels of attention an communication seems to be finally at hand. During the past week, she made lots of what we could call "progresses", slowly accepting a little more interaction with her P.I.P.s every day, which led her to learn several new words and gestures.
She does not speak a meaning  word yet, excluding the monosyllable "No" - which she accompanies with a strong shaking of her head in sign of denial, that's why we're sure about the meaning. - However, the new "indicating" feature she's recently added to her evolving character, which led her to point at almost everything around her with her chubby little second finger, has been coming handy when  it comes to ask her : "Baby, where is mom?." The answer comes swiftly and smiley as she indicates her M.I.P.. Moreover, the answer is greeted by a long loud applause by both P.I.P.s and herself. Actually, she likes it so much she starts to applaud alone just after she gave the answer, waiting for us to join and compliment her.  Fully excited by the progress, we've been adding words to the game so that she can now correctly point at several people and objects. We know she knows the words: mom, dad, grandma, grandpa, both dog's names, brother, glass, bottle, water, bread and fork (practically everything she can check on the table plus her family).
She perfectly identifies her brother by his name, she understands when it's time to go to bed and she's starting to refuse to leave the "grown-ups area" when the time comes and, last but not least, she has a clear concept of "absence". Approximately like a 3-tear-old dog (as to say, a fully grown specimen), she is able to determine whether something or someone is present or not. We taught her to lift both her hands up when we ask her of something she cannot see around, so now, whenever she can't see what we're asking her about or simply when she's doubtful about the answer to give, that gesture's become her answer. As mentioned, during the past week, she's proven to be extremely smart and, unexpectedly, eager to communicate with her P.I.P.s much more than during the past year. Something's definitely triggered inside her, because she now wants us to know her world is expanding and she needs us to help her through it. Believe it or not, she's been making loads of progresses without uttering a single word...and that's definitely amazing!
As for little brother Baby2, the boy's definitely different from his sister. At six and a half months of age, his need to communicate and to be in the centre of your attention is huge. He loves to be kissed and cuddled -he smiles all the time he's lifted or embraced, while his sister didn't use to.-  Plus, he's eager to discover as much as possible about the world around him so, opposite to his sister at his age, and probably due to the hard time he's been having in trying to lift up his head autonomously - it's hard for him to understand that being that big is not exactly an advantage in overcoming slow motion - he's been focusing a lot on his eye-hand coordination. He's perfectly able to grab, hold and manipulate any object close enough to him, better if soft and coloured. He loves any hanging toy you put in front of him and can spend a full afternoon trying to reach for his feet to munch them. 50 developed such abilities much later.
On the other hand, she was much more independent at his age, watched her favourite cartoons selecting them carefully and seemed to be interested only in dominating the TV remote, which probably evolved into her present interest for pc's, phones and hardware in general. Just today, though, the boy's proven to be able to keep his head lifted at will, and turn it on both sides when called - he perfectly responds to his name.
Eventually, the only things they seem to have in common is a true passion for food, sweating like little pigs, and physically growing extremely big and fast. They look like little titans compared to their same age but this does not bother me at all, except when it comes to pulling their strolls for miles every day, which is currently happening being our house at the seaside pretty far from the beach. Never mind, though, I take it as a chance to get back in shape sooner - if I survive the hot, of course.

  
Tra 5 giorni, 50 avrà 22 mesi. Si sta avvicinando rapidamente al compimento del suo secondo anno di vita e la lungo attesa catena di cambiamenti epocali nei suoi livelli di attenzione e comunicazione sembra essere finalmente a portata di mano. Nel corso della settimana passata, ha fatto molti di quelli che chiamerei "progressi", accettando lentamente un po’ più di interazione con i suoi P.I.P. ogni giorno, il che le ha permesso di apprendere parecchie parole e gesti nuovi.
Non che pronunci ancora una singola parola di senso compiuto, eccezion fatta per il monosillabo “No” (che accompagna con un vigoroso scuotere del capo in segno di negazione, per quello sappiamo con certezza che il significato è pienamente compreso). Tuttavia, la nuova moda dell’ “indicare” adottata di recente, con la quale si è risolta a puntare il piccolo indice ciccioso a praticamente qualsiasi cosa la circondi, si è rivelata provvidenziale allorché le si chiede: “Tesoro, dov’è la mamma?”. La risposta arriva rapida e sorridente e l’indice punta la M.I.P. presente. Inoltre, è accompagnata da un lungo e chiassoso applauso sia dai P.I.P. che dalla bimba stessa, che pare averci preso gusto, al punto che, appena data la risposta, si applaude da sola e si aspetta che noi le facciamo eco e ci congratuliamo. In preda all’eccitazione del momento, abbiamo aggiunto progressivamente altre parole al gioco, cosicché attualmente la bimba è in grado di indicare svariate persone e oggetti. Sappiamo quindi che ha ben chiaro il significato delle parole: mamma, papà, entrambi i nomi propri dei cani, fratello, bicchiere, bottiglia, acqua, pane e forchetta (cioè tutto quel che riesce ad identificare in tavola più la sua famiglia).
E’ in grado di distinguere suo fratello dal nome, capisce quando è ora di andare a letto, e comincia a ribellarsi all’idea di dover abbandonare la “zona degli adulti” quando arriva il momento e, dulcis in fundo, ha ben chiaro il concetto di “assente”. Più o meno come un cane di tre anni (ovvero un esemplare adulto), è in grado di discernere se qualcuno o qualcosa è presente, o meno. Le abbiamo insegnato a sollevare ambo i palmi della mani verso l’alto se le chiediamo di dirci dov'è qualcosa che non vede. Perciò, adesso, nel rispondere di qualcosa che non identifica o semplicemente nell’esprimere un dubbio sulla domanda posta, la sua risposta è quella. Come anticipato, nel corso della settimana passata si è dimostrata estremamente sveglia e, inaspettatamente, desiderosa di comunicare con i suoi P.I.P. molto più che nell’intero anno trascorso.  Qualcosa deve essere decisamente scattato dentro di lei perché, ora, desidera farci sapere che il suo mondo si sta ampliando e che l’aiutiamo a conoscerlo. Ci si creda o no, è riuscita a progredire in modo massivo senza spiccicare una singola parola…eccezionale!
Per quanto riguarda Baby2, il piccolo differisce notevolmente dalla sorella. A sei mesi e mezzo, il suo bisogno di comunicare ed essere al centro della nostra attenzione è assoluto. Adora essere baciato e coccolato (sorride ogni volta che lo si solleva e lo si prende in braccio mentre sua sorella neanche a piangere, alla sua stessa età). Inoltre, ha molta fretta di scoprire il mondo che lo circonda, perciò, al contrario della sorella alla sua età, e forse a causa dei problemi che ha avuto a tenere su la testa da solo - al poveretto pare incomprensibile quanto la stazza giochi a suo sfavore nel combattere la lentezza dei movimenti - si è focalizzato completamente sulla coordinazione occhio-mano. E' quindi perfettamente in grado di afferrare, tenere e manipolare qualsiasi oggetto alla sua portata, meglio se soffice e colorato. Adora qualsiasi gioco gli si faccia pendere di fronte ed è in grado di spendere un intero pomeriggio tentando di afferrarsi i piedi per mordicchiarli. 50 sviluppò abilità simili decisamente dopo.
D’altro canto la bimba era molto più indipendente a questa età, guardava i suoi cartoni preferiti con una certa qual selettività ed il suo unico interesse pareva essere il raggiungimento della piena padronanza del telecomando, caratteristica che, probabilmente, si è evoluta nella sua attuale passione per tutto ciò che sono computer, telefoni e hardware in genere. E' di oggi, tuttavia, la prima testimonianza ufficiale che l'era della testa penzoloni è al termine, anche per Baby2. E' infatti in grado di sollevarla e ruotarla da ambo le parti a piacere, specie se chiamato (distingue perfettamente il proprio nome).
In conclusione, le uniche cose che i bimbi sembrano condividere sono una vera passione per il cibo, il sudare come maialini ed una crescita rapida ed esponenziale. Sembrano dei piccoli titani rispetto ai coetanei ma la cosa non mi preoccupa, almeno non fin quando, alla fine, tocca spingere i passeggini per dei bei tratti sostenuti, tipo come qui al mare, dove la casa e la spiaggia distano assai. E vabbè, vorrà dire che comincerò a rimettermi in forma – ovviamente se si resiste al caldo, beninteso.

mercoledì 15 giugno 2011

Fare la mamma, fare la nonna

Prima o poi i P.I.P. ci passano tutti: l'incontro-scontro temuto e atteso con i PROPRI genitori sull'educazione dei PROPRI figli. Non so come fosse prima del '68 e della rivoluzione generazionale. Mio padre e mia madre raccontano che i loro genitori se ne fregavano altamente di dare consigli, però mi ricordo bene il disappunto - per non dire la gelosia - sulle loro facce quando vedevano benissimo che il nonno o la nonna di turno si guadagnava il mio affetto con uno schiocco di dita, spesso soprattutto perché mi permetteva di fare e/o avere cose con cui loro non erano d'accordo. Nel mio caso, avevo un rapporto strettissimo sia con la nonna materna, che però vedevo di rado perché abitava lontano, che con il nonno paterno, che, invece, vedevo più spesso e che non ha mai fatto mistero di volermi bene come fossi sua figlia. La prima mi faceva vedere tutta la televisione che volevo a tutte le ore e mangiare qualsiasi cosa volessi in qualsiasi momento. Passava ore a raccontarmi storie di quando era giovane e mi faceva pasticciare con il cibo. Il nonno era...beh, il nonno. Ogni volta, o quasi, che passavo il pomeriggio o la giornata dai nonni mi portava in centro a comprare una bambola - naturalmente, mio padre, che non voleva essere da meno, aveva adottato la stessa tattica, perciò a 5 anni avevo oltre 100 esemplari di vario genere che dormivano sul mio letto al posto mio. Se non facevamo tutto il giro dei negozi di giocattoli sotto le due torri poco ci mancava e, se non si comprava niente, era solo perché non avevo trovato qualcosa che mi piacesse davvero. Uscita da scuola PORTAVO IO IL NONNO a prendere il gelato - perché se aveva la scusa di mangiarlo con me allora la nonna non si arrabbiava - e mi facevo raccontare di quando era in marina e dei suoi viaggi in giro per il mondo per lavoro.
Stare con i nonni significava che mamma e papà passavano in secondo piano, oppure che non c'erano proprio. Certo, con tutti c'era una certa disciplina da rispettare: l'educazione non era in discussione e i ritmi della giornata li dettava la casa che mi ospitava, però, in generale, nell'aria c'era un bel po' di permissivismo che né all'asilo, né tanto meno a casa con la baby-sitter, mi sarebbe stato concesso. I nonni rendevano, insomma, la vita più facile. Non so, di fatto, ai miei genitori quanto questo disturbasse. Ripeto, le intromissioni in termini educativi erano scarse, per quel che ricordo, e comunque la mia peculiare situazione familiare e il fatto che i miei genitori passassero la gran parte del loro tempo fuori casa a lavorare faceva sì che la presenza dei nonni fosse da me concepita come un piacevole svago. La stragrande maggioranza dei ricordi della mia prima infanzia sono legati all'asilo, alla mia baby-sitter e a mio padre - che vedevo poco ma che faceva valere tutto il tempo che poteva passare con me.
I miei figli non vanno ancora all'asilo - 50 Grillo comincerà a frequentare la primavera della materna dal prossimo settembre - e, anomali tra i loro coetanei, non hanno baby-sitter o nonni-sitter, bensì vivono gran parte della loro settimana con entrambi i genitori, che lavorano in casa per occuparsi di loro. Questo permette a noi P.I.P. di turno di poter sperimentare una conoscenza  continua e diretta dei nostri figli nel doverli, nel contempo, educare. Cerco sempre di rammentare la parola ex-duco, nella sua origine latina, che significa "portare fuori" (sottinteso: dall'ignoranza). E' ben difficile condurre i passi della conoscenza di un bambino, spesso perché (e fortunatamente te lo dice anche il pediatra, il che è rassicurante):
- i bambini hanno BISOGNO di rendersi conto dei propri limiti, pertanto DEVONO SENTIRSI DIRE un innumerevole numero di volte "NO", prima di capire che, di fondo, dietro quei NO ci sono dei motivi.
- i bambini sono, appunto, bambini: per loro tutto è bianco o nero, grande o piccolo, istantaneo o eterno. Spiegare ad una bimba di 20 mesi che neanche parla perché non deve svuotare la dispensa per divertimento - essendo questa a portata di mano e STRACOLMA di scatole e buste dai mille colori e suoni - è altrettanto difficile che spiegarlo ad un cane. Tanto vale allontanarla e, se pianta una tigna, farsi seri, rendere chiaro che la tigna non avrà alcun esito - non serve neanche urlare - e, non bastasse ed i decibel del pianto isterico farsi insostenibili anche per l'animale di casa, condurre l'infante verso un luogo isolato (tipo camera sua) e chiudere la porta in attesa del passaggio della "sbronza da isteria". Tutto ciò senza l'ombra di una tottò o di uno schiaffo.
Avere la rassicurazione, perfino del medico, che questo comportamento genitoriale VA BENE mi ha fatto tirare, non uno, ma mille sospiri di sollievo. Poi, un bel giorno, torni a casa dopo che tua madre ti ha fatto il favore di tenere a bada i figli mentre facevi la spesa e:
-è esplosa una bomba in salotto: cibi in scatola, contenitori vari, scarpe, posate e fogli di carta tappezzano pavimento e divano e lasciano la scia in corridoio insieme a qualche sparuto giocattolo inavvertitamente incappato nella furia da stanchezza della figlia maggiore. Il TUO genitore ti guarda e, con l'innocenza del diavolo, commenta "EH, qualcosa doveva pur fare!".
- la figlia se ne sta spaparanzata sul divano con le scarpe addosso e, in mano, un cibo qualsiasi - indipendentemente da che ora del giorno sia, dal fatto che lo usi per gioco o che abbia realmente fame - e neanche ti considera quando entri dalla porta di fronte a lei. In compenso, appena la nonna accenna a mettersi il cappotto per salutare e andarsene scoppia in un pianto dirotto, come se stesse per essere sottoposta alla tortura della ruota medievale.
- quando cerchi di porre rimedio alla tigna epocale provando, come di solito, con la tattica dei cinque minuti di comprensione che va dal "non c'è motivo di piangere, stai tranquilla" al "hai vinto un biglietto di sola andata per camera tua", la nonna si mette di mezzo, prende in braccio la piccola sconsolata che tira su teatralmente col naso e si avvinghia al suo collo come un koala all'eucalipto, per poi guardare te di sottecchi con l'aria di chi te l'ha fatta per l'ennesima volta. Il genitore - TUO - mette il sigillo alla scena dichiarando "poverina, cerca solo conforto, cosa devo fare, mandarla via?!".
- la figlia risulta assolutamente ingestibile o intrattabile per almeno un'ora dopo che la nonna se n'è andata, salvo poi arrendersi al fatto che i tiranni son tornati e che tocca adeguarsi.
Se dopo tutto questo non ti ribolle il sangue allora P.I.P., chiunque tu sia, complimenti.
Ieri, in tempi non sospetti, ho detto a mia madre, con molta calma, che NON DEVE comportarsi così, perché non mi aiuta ad educare la bambina. Risposta? "Dimentichi che anche io ho educato due figli e da sola per giunta! Vuoi che non sappia quello che faccio?!". Brutta risposta, perché a tua volta potresti e dovresti dirle che NO, non lo sa, che sta facendo dei danni, che non è quello il modo di farsi benvolere dalla bimba. Io ho litigato, ho messo i miei paletti e ho detto che da quelli non recedo, trovando un muro di offesa e risentimento dall'altra parte. E per fortuna che non l'ho detto incavolata, sennò figuriamoci. Quando i TUOI genitori si mettono in mente di educare i TUOI figli devi assolutamente intervenire, o almeno così credo, specie se, come nel mio caso, i nonni passano coi nipoti qualche ora la settimana se va bene mentre tu ci passi le regolari 24 ore. Specie, ancora più, se millantano ricordi che non esistono perché sennò la mia baby-sitter deve essere un parto della mia fantasia mentre era con me tutti i giorni, da dopo l'asilo a sera, alle volte anche la notte, fino a sei anni. Io ho deciso, perché POSSO e perché VOGLIO, di dedicare parte della mia vita all'infanzia dei miei figli, di esserci quando tornano a casa dall'asilo, di giocare con loro quando mi vogliono, sgridarli se è per il loro bene, sopportarli se sono stanca o sfiduciata o depressa, riempirli di baci e complimenti a profusione e metterli a letto ogni sera dopo i riti del bagno e della cena. Non biasimo assolutamente chi fa scelte diverse per dovere o per necessità, o anche solo per desiderio di indipendenza o amore per il proprio lavoro. Tuttavia faccio fatica ad accettare che mi si imponga un modello genitoriale quando alla costruzione della mia genitorialità dedico le mie giornate. Fare la mamma e fare la nonna sono cose diverse. Un consiglio di tua MADRE è diverso da un'intromissione della medesima nel rapporto con tua figlia ed io pretendo il rispetto del mio rapporto con la bimba. Chiaramente, non dovessi ottenerlo sulle lunghe distanze, ma spero di no, esistono estremi rimedi. Però, evidentemente, è difficile per il TUO genitore sapere quando cedere il passo o anche solo ricordarsi del fastidio dell'intromissione dei propri genitori nella sua vita. Forse che quell'intromissione non è mai avvenuta ma era attesa? Chissà. Frattanto spero di essere una mamma migliore della figlia che sono, perché tutto vorrei da mia figlia tranne che, un domani, mi dicesse: tu non c'eri mai.

martedì 7 giugno 2011

No, non voglio

A 32 anni mi ritrovo con molte amiche sposate, l'ultima delle quali giusto qualche giorno fa, e dopo 15 anni di fidanzamento, aggiungo. Quasi tutte - anzi, direi tutte - si sono sposate in chiesa, alcune perché ci credevano, altre per far contenti i genitori e/o il compagno (ebbene sì), altre ancora per la scenografia offerta dalla cornice dell'edificio sacro e dalla coreografia del rito. Ho persino filmato, di recente, un amico che officiava una cerimonia in comune con il cellulare e verificato di persona perché sono pochi quelli che si sposano in Comune - o comunque meno di quelli che scelgono la chiesa: il rito civile dura appena 2 minuti e 12 secondi che arrivano a venti minuti, mezz'ora massimo, con le firme e le foto di rito dalla finestra del Palazzo Comunale che da sulla Piazza. Un po' pochino, forse, per giustificare un evento che dovrebbe essere quantomeno singolare ed unico nella vita di ciascuno. Dico dovrebbe perché separazioni e divorzi sono oggi altrettanto di moda e sono ormai sulla scia dei matrimoni quanto a frequenza. Comunque sia, dicevo, a 32 anni mi ritrovo con molte amiche sposate mentre io non lo sono. Sono già M.I.P. bis, ho la mia casa con il suo mutuo, due cani, un lavoro che cerco di portare avanti cogliendo ogni occasione e ho comunque un compagno che, ringraziando il cielo e facendo i dovuti scongiuri, è un ottimo D.I.P., si è messo a lavorare a casa per darmi una mano e non manca di essere il più presente possibile. E comunque non sono "la sua signora", come si dice. Nonostante quanto di buono abbiamo messo su insieme resto "me stessa", "nubile" per usare lo stato civile che mi contraddistingue, "ragazza madre che vive nel peccato" per la chiesa cattolica, della cui opinione, fortunatamente, poco mi interessa. E non mi dispiace affatto. Mentirei si dicessi di non aver mai visitato qualche sito dedicato agli abiti da sposa e di non essermi immaginata in quei panni ma mentirei altrettanto se dicessi che con l'immaginazione sono arrivata sulla soglia della Sala Rossa del mio Comune o di qualsiasi chiesa. Roba da farmi scorrere un brivido giù per la schiena. Perché? Di preciso, forse, non lo so nemmeno io. Quel che è certo è che non sono mai riuscita a vivere l'idea del matrimonio come qualcosa di diverso da una tratta in schiavitù della mia libertà e questo nonostante gli impegni che ho preso verso il mio compagno e i miei figli. Mi è piuttosto difficile vedere il lato cristiano del "sacrificio quotidiano nell'amore di Cristo l'uno per l'altro", quello per cui Cristo entra nel quotidiano attraverso la coppia ed il suo vivere, nel bene e nel male, insieme. Non ci riesco, fondamentalmente, perché non ci credo. Credo al contrario che lo spirito di Cristo sia nei singoli  e che la difficoltà stia proprio nel conciliare quello di ciascuno senza snaturarsi, specialmente in una coppia.  In Matteo 9,16, Cristo dice "L'uomo non osi separare ciò che Dio ha unito", eppure è sempre e comunque l’uomo che decide. Se Dio è uno spirito di vita che vive in ciascuno di noi Egli di sicuro opera per Vie Misteriose e non solo e unicamente attraverso i ministri del culto civile o religioso. Sarà paradossale, forse, ma ho visto il matrimonio fare più danni che miracoli, per questo faccio fatica a pensare che sia un investimento. Il contratto distrugge la tua libertà, la imprigiona e te ne priva come dell'aria. Non ha niente di naturale, niente al confronto dell'essere madre, per dirne una, che apparentemente rappresenta una schiavitù ben superiore. Eppure, il tuo dovere verso i figli è ben lungi da quello verso il coniuge perché i figli non hanno scelto di essere messi al mondo, mentre il coniuge l'ha scelto eccome di sposarti. Nel matrimonio si condivide la responsabilità di avere asservito qualcuno...ed è una gran tristezza. Io è una responsabilità che non voglio, anche se molti chiamerebbero la mia una finta libertà perché, di fondo, anch’io sono asservita alla mia idea. Su questo ho poco di che discutere, è pur vero che la vita è stata ugualmente molto generosa con me e nessuno mi ha mai obbligato a far nulla. Ho potuto conservare la libertà nei momenti in cui tradizionalmente una donna si appoggia al compagno, come il parto, ad esempio. E' stato utile, mi ha fatto capire che non tutto poggia sulle spalle di chi ti accompagna e che le mie scelte hanno un valore. Tuttavia, a fronte di un compagno che, giustamente e da par suo, non è incline al matrimonio e si sposerebbe solo se servisse ai figli per qualche motivo trovo ancora meno motivi per sentirmi "sposa". Se lo farei io per i miei figli? Non lo so, sarebbe comunque una scelta amara perché mi obbligherebbe a prendere un impegno che altrimenti non avrei preso, perché mi legherebbe comunque ad una scelta che scelta non è, perché, di fondo, ho rispetto per chi ci crede, per quelle due persone che compiono un gesto d'amore l'una per l'altra, perché lo vogliono. Ho rispetto di quel sacrificio al punto da rifiutarmi di compierlo, per principio. Il matrimonio non è dei figli o per i figli, ma per i genitori o futuri tali. Forse, non è per me. Di fondo non lo sono neanche i gioielli, eppure il mio compagno ed io abbiamo accettato di portare una fedina come segno di impegno. Forse è l'unico metallo che mai porterò, anche se qualche volta mi pesa. Per questo, forse, ha valore, allora. E' una promessa senza testimoni, ma è tangibile e visibile e non vale certo meno. Non sono una donna da brillanti, né persona dalla promessa facile, ma se prometto, allora devo mantenere sul serio e non c'è firma o testimone che tengano. E se non ci riesco, si dirà? Già, può essere, ma non è questo il giorno. E se cambiassi idea? Tutto è possibile ma non penso potrebbe essere mai per indossare un vestito per un giorno soltanto, senza contare che se resto dal parrucchiere oltre un'ora do in escandescenze, quindi figuriamoci!

martedì 31 maggio 2011

La stanchezza si fa sentire

Tra gli alti e bassi della vita quotidiana che, nel bene e nel male, è l'unica che abbiamo e che, quindi, credo convenga rendere la migliore possibile, giornate a bassa pressione come questa capitano. Non saprei dire se spesso o meno ultimamente - la mia concezione del tempo è alterata dalla stanchezza - però capitano. Ci si sveglia non vedendo l'ora di tornare a letto - per quelle cinque ore scarse che mi son consentite, si intende. Si fa fatica  a vedere il fine di tutto questo. Io, per dire, mi sento un po' come Frodo in viaggio per Mordor. So che sto compiendo un'impresa importante ma il peso del fardello che mi porto appresso è notevole. Certo, Frodo aveva il suo Samvise a fargli da spalla e contraltare, che poi non è che, alternativamente, la parte migliore di te ed eventualmente la tua controparte (il D.I.P. nel mio caso). Ma i giorni in cui ti senti Frodo, in cui la spalla pugnalata a Collevento duole come una ferita fresca, in cui stare dritti e desti è un'impresa di poco inferiore alla sconfitta di Golia, sono di gran lunga i peggiori. Sono quelli in cui il quadro d'insieme ti sfugge, in cui la prospettiva è quella di Escher, in cui l'unica faccia che ti appartiene è quella dell'urlo di Munch. Ieri ho compiuto 32 anni, un compleanno non particolarmente rilevante, ma pur sempre un anno in più alle spalle. In questo tempo ho realizzato davvero moltissimo. Se penso a dove sono adesso rispetto a solo tre anni fa, quando i miei figli erano solo un desiderio, ne ho fatta parecchia di strada. Mi sforzo tuttavia di mantenere sogni e obiettivi nuovi perché se non tengo la mente viva e occupata mi spengo come una candela lasciata in corrente. In giorni come questo lo sforzo è grande, c'è da dire, perché la depressione è come l'Unico anello: vuole trascinarti con se nell'oscurità e non molla di certo mai il colpo. Oggi mi serve Narsil, una spada d'onore e di luce, una forza nuova e rinvigorente, che mi faccia sentire utile e operosa. Oggi, che quasi mai mi specchio e quando capita fingo di non essere quella riflessa, oggi che aspetto la prima parola di mia figlia e nonostante le mille buone ragioni non mi sento altro che la sua fattrice, oggi che per far dormire mio figlio devo respirare mille volte e sorridere ad ogni respiro, perché è stanco e lagnoso e non si abbandona al sonno come dovrebbe...sì, oggi devo rialzarmi e combattere. Devo ritrovare il mio valore, svegliarlo dal torpore di quella magia nera che vuole portarlo con se nell'abisso. Devo.

sabato 14 maggio 2011

someone worth a handshake - chi vale una stretta di mano

Fra poche ore, in Italia, si vota. Ho sempre fatto il mio dovere civico ma senza crederci veramente, forse perché sono nata disillusa, forse perché, per mia fortuna, a vent'anni avevo già visto una bella fetta di mondo e quel che c'era fuori era comunque meglio di quel che trovavo tornando a casa. Perché, quindi, sono ancora qui? Risposta banale: casi della vita. Ci resterò? Ora come ora non credo. Per questo scrivo il blog in due lingue, perché spero davvero che un domani, leggendolo, i miei figli non siano più qui, così faranno esercizio di italiano (uno dei pochi motivi per essere orgogliosa di questo Paese, la bellezza della Lingua e della Cultura - sì, proprio con la maiuscola!) e, nel contempo, avranno traccia del posto in cui sono nati e di com'era, prima che ce ne andassimo. Una delle liste civiche candidata alle elezioni comunali ha un motto: "Cambiare il Paese, per non cambiare Paese". Io, per ora, non ci credo affatto che questo paese possa cambiare, anche se, essendo la speranza l'ultima a morire, penso che voterò per questo motto. Lo voterò perché conosco chi lo pronuncia, perché gli ho stretto la mano, perché ho il suo numero di telefono e gli do del "tu", perché risponde alle mie e-mail, perché ha speso feste e domeniche per darmi una mano. Lo voterò perché è come me, perché lavora, fa sacrifici e non usa i miei soldi per farsi pubblicità. Lo voterò anche perché è inesperto: in questo paese, l'esperienza corrompe, il più delle volte. Lo voterò perché so che risponderà ancora alle mie e-mail se arriverà lontano, perché la sua forza è la sua umiltà ed il senso del servizio che lo anima. Lo voterò perché gli credo quando dice che fra dieci anni al massimo tornerà a fare il suo mestiere - se non gli fallisce l'attività nel frattempo, beninteso - perché già adesso non dorme, già adesso si ingastrisce...in dieci anni così come minimo ti viene l'ulcera, se poi va male finisci all'obitorio. E magari vuole pure una famiglia, ma mi sa che gli è già chiaro che per fare quel che vuole fare dovrà aspettare un po', perché mi sembra proprio uno che le cose, o le fa bene, o non le fa. E' uno che vale una stretta di mano, uno che se gli fanno lo sgambetto sa rialzarsi e, soprattutto, impara come hanno fatto a fregarlo per non ricascarci. E' uno che chiede scusa, che dice "ho sbagliato", ma che non molla. E' uno che vuole farsi conoscere per com'è: se nasci Grana è inutile che ti vendi Parmigiano, da queste parti ci si mettono due secondi a sbugiardarti. E' uno che ti tratta da persona da cui imparare, chiunque tu sia, che ti guarda con curiosità e rispetto, che deve e vuole conoscerti per servirti meglio. Per me la sua stretta di mano vale ben più di una croce su un foglio di carta. E' la mia piccola speranza che uno sconosciuto possa cambiare questo piccolo grande mondo che è Bologna, piccolo perché, in modi assurdi ed insondabili, ci conosciamo più o meno tutti; grande, perché Bologna è l'anticamera di questo Paese, dove ancora si accoglie chi arriva con un piatto di pasta e un bicchiere di vino, se si può.
La mia stretta di mano è il cero acceso nel buio, la mia luce preferita: primitiva, bassa e naturale. Attira lo sguardo ma non ferisce gli occhi, non incanta come il fuoco di sterpi, e la devi curare e controllare bene, se vuoi che resti accesa. Io voglio questo dalla politica: un uomo o una donna che valga la mia stretta di mano, la mia speranza, il mio tempo e la mia voce. Chiunque riesce a trovare tutto questo in un candidato può e deve votare sicuro. Chiunque egli sia.


In a few hours we’re voting for the new mayor and town council. I’ve always voted so far, not that I truly believed in my vote. Maybe because I was born disenchanted, maybe because, lucky me, within my Twenties I had already seen a slice of the outside world big enough to make me believe it was almost always better out there than here.
So, why am I still here, then? The answer's simple: it happens. Am I going to stay? As for now, I don't really think so. That's why I am writing this blog in two languages, because I truly hope that, one day, my kids will read it from far away, and they will take the chance to practice a little Italian (one of the few things to be proud of in this country, Language, and Culture as well – yes, in capitals!) and see how the country we left looked like to me back then. One of the civil lists on the run for this upcoming election has a motto: “To change the country not to change country". Personally speaking, I scarcely believe this country is any likely to change though, as hope always dies last, I guess I will vote for this motto. I'll vote it because I know who coined those words, I shook his hand and I have his phone number. We talk as long time friends, he answers my e-mails and he also spent week-ends and holidays to help me out. I’ll vote him because he’s like me, he works hard, makes lots of sacrifices and does not use my money to advertise for himself, as many politicians actually do. I'll vote him also because, as a politician, he's a newbie, because in this country experience frequently means corruptibility. I’ll vote him because I am confident that, if he’s elected,  he will still answer to my e-mails, because his humility is his strength and the will to serve others is strong within him. I’ll vote him because I believe him when he says in ten years at most he’ll be back to his previous business – if it does not fail in the meantime, of course -. Even now he has trouble sleeping, even now he eats his heart out for everything he cares about. Ten years like that and you're either ulcerated or, at worst, dead. And perhaps he’s also looking forward to a family of his own, but I guess it’s become clear to him by now that, to do what he wants, he shall wait at least a while for that. The way I see it, he seems one of those who gives it all to do things at best. He's one of those really worth a handshake, one of those who, if tripped, would get immediately back on his feet and, most of all, would learn the lesson from the fall, not to repeat it. He's someone who's not afraid to apologize, if needed, to admit he was wrong, but he's not someone who quits. He wants to be known for who he really is: if you're born Grana Padano, there's no use in pretending to sell yourself out as Parmigiano Reggiano, because it’s very easy to spot the difference, for almost everyone hereabout. When he looks at you, whoever you are, he sees someone he can always learn from, that’s why you can see his eyes glowing with a mixture of curiosity and respect, because he truly wants to get to know you better to be able to serve you better. His handshake to me is worth much more than a cross a piece of paper. It's my little hope a stranger can change this little big world that is Bologna. Little, because somehow, though inexplicably, we all know each other, more or less. Big, because Bologna is like the hall of this country, where newcomers are still welcome with a dish of pasta and a glass of wine, if possible. My handshake is like a candle lit in the dark, my truly favourite light: primitive, low and natural. It catches the eye but does not harm the sight, it does not enchant like a fire of woods and you must check on it carefully and frequently if you want it to keep shining. That's what I want from politics: a man or a woman worth my handshake, my hope, my time and my voice. Whoever can find all this in a candidate should have not doubt to vote for him or her. Whoever he or she is.  

giovedì 28 aprile 2011

Don't scream, take a five, then breathe out - Non gridare, conta fino a dieci, poi espira


Have you ever thought about the value of calm? I've come across it a thousand times and I've started to consider it seriously just very lately. It's not hard to recall how many times I've been told off to "speak softener", because my voice was too loud; how many times I've been advised to "think twice" before talking, and how few times I've paid attention to such matters. Of course, when you come to think of it, you must realize something deep within has changed for good...and you're not young and restless anymore. Probably it's one of the very first steps in adulthood to come to terms with calm and realize how nice and important it is. It's hard to explain how annoying it's become to me to read and listen to angry people, constantly using a foul language to speak to others, simply because they do not share their very same vision of life. People are usually very unforgiving when it comes to deep differences, I guess because it's easier to demonize them than to accept them and trying to live with them. I may not agree with someone, but that's no excuse to offend him, or worse, to badly scold him. Sometimes it's very very hard to stay calm though, that has to be said too. It almost feels like "bearing the oppressor's wrong", defenseless against merciless and insulting words that, sometimes, really cut like swords, though maybe senseless and undeserved. It's hard to say to yourself you should not care, to pretend those words should have no effect on you, because they're not true. Fact is, you do care and those words are effective, no matter if they're true or not, because they're meant to hurt. In fact, I believe it's the strong will to hurt which lies behind them that leaves us speechless. It's hard to accept other people can be so mean, and for such poor reasons sometimes. I believe it's a feeling that's hard to like in any way. So, before replying, I think it would be better to take five and think of what we would not like to hear.  Words are very powerful means which should be used only in a proper way. People using a poor and yelled language are no different from barbarians handling axes and not very much evolved from wild beasts. Of course they're to be considered seriously but not feared. A well-used sword can be much more effective than any barbaric weapon. So do not yell back, keep looking in your opponent's eyes, take that blessing five and then, just then, answer, if you think it's worth it. That's a lesson I wish I'd learnt a few years ago. It would have saved me many excruciating discussions and maybe some lost friendships too. After all, I've come to consider the richness of diversity as a quality of a good friendship. Being different is a way to keep learning from each other. And being respectful is the key to accomplish a worthwhile relationship in time. 
Sometimes taking that five is hard, but when you make it...wow, it feels like winning a battle and, moreover, to your hardest contestant: yourself. And it has nothing to do with hesitating, it's just using your time and words the way you think it's best. So I've come to like people who stay calm much more than those who scream. It feels like the first are on the right track.  Hope my kids will discover all this much sooner than I did. It would be of great advantage to them in life. it's just...it's harder when you're young, and this because your idea of time is more a "now or never" like than a "sooner or later". It's black or white instead of shades of grey, it's pride of labels shown on your sleeve rather than the awareness brought up by a hardly-conquered self-esteem you tend to keep for yourself. Guess it's the way nature works. After all, all the energy you lose when growing must leave room for something else...mustn't it?

Avete mai pensato all’importanza della calma? Io migliaia di volte, e tuttavia ho cominciato a prendere questo pensiero seriamente in considerazione solo negli ultimi tempi. Non so quante volte mi è stato detto di “parlare più piano” perché la voce era troppo alta, o di pensarci “due volte” prima di parlare e, viceversa, quante poche volte ho badato a  questi consigli. Ovviamente, quando si comincia a rifletterci su, significa che qualcosa è cambiato per sempre…la gioventù spericolata è finita. Forse, venire a patti con la calma e rendersi conto di quanto sia gradevole ed importante è uno dei primi passi che effettivamente si compiono nell’età adulta. E’ persino difficile spiegare quanto sia diventato fastidioso leggere e ascoltare persone rancorose, che, nel rivolgersi agli altri, adoperano costantemente un linguaggio scurrile, semplicemente perché non ne condividono la stessa visione delle cose. La gente è spesso impietosa quando si trova di fronte a differenze profonde, credo perché sia più facile demonizzarle che accettarle e cercare di conviverci. Io posso anche dissentire da qualcuno ma questo non mi da il diritto di insultarlo o, peggio, di prenderlo a male parole. Tuttavia, c’è da dire che, a volte, restare calmi è un’impresa. Ci si sente come se si stessero “sopportando le angherie del tiranno”, inermi di fronte a parole impietose ed offensive che, a volte, feriscono davvero più di una spada, seppure prive di senso e immeritate.  E’ dura dirsi che non ci importa, che quelle parole non hanno peso perché non sono vere. In realtà, ci importa eccome, e quelle parole un peso ce l’hanno, anche se non conoscono verità perché nascono al solo scopo di ferire. In effetti, credo che, di fondo, sia la forza dell’intento lesivo che soggiace loro a lasciarci ammutoliti. E’ dura accettare che certa gente possa essere così meschina e, a volte, per motivi davvero futili. E’ una sensazione difficile da digerire, ad ogni modo. Quindi, prima di rispondere, credo sarebbe sempre meglio contare fino a dieci e riflettere su ciò che non si vorrebbe sentirsi dire. Le parole sono un’arma potente che dovrebbe essere utilizzata solo nel modo giusto. Chi usa un linguaggio becero e urlato non è dissimile da un barbaro che brandisce un’ascia e non è granché più evoluto di una fiera selvatica. Ovviamente c’è da tener conto anche di gente del genere, ma non si deve affatto temerla. Una spada usata con perizia funziona sempre meglio di qualsiasi arma primitiva. Perciò non si deve urlare di rimando, ma, sempre fissando il proprio antagonista negli occhi, bisogna prendersi quei benedetti dieci secondi e allora, solo allora, rispondere, se si crede che ne valga la pena. E’ una lezione che avrei voluto imparare prima. Di sicuro mi avrebbe risparmiato qualche discussione estenuante e, forse, qualche amicizia persa. Dopotutto, mi sono resa conto che la diversità, in amicizia, è una ricchezza. Essere diversi è un modo per seguitare ad imparare gli uni dagli altri ed essere rispettosi è la chiave per mantenere una relazione produttiva nel tempo.
A volte i dieci secondi di rito sono una sfida ma se ci si riesce…wow, è come vincere una battaglia e non contro un avversario qualsiasi ma contro il peggiore: sé stessi. E non ha niente a che spartire con l’esitazione, perché significa solamente usare il proprio tempo e le proprie parole come meglio si crede. Perciò, nel tempo, ho imparato ad apprezzare chi mantiene la calma molto più di chi strilla, perché da l’idea di aver preso la strada giusta. Spero solo che i miei figli ci arrivino prima di me perché è solo un vantaggio nella vita. E’ che…è dura quando si è giovani, perché il tempo è tutto un “ora o mai più” piuttosto che un “prima o poi”. Tutto è bianco o nero invece che una scala di grigi, è un’etichetta sulla manica esibita con orgoglio piuttosto che una consapevolezza nata da un’autostima faticosamente conquistata e che si tende a tenere per se. Probabilmente è solo un modus operandi della natura. D’altra parte, tutta quell’energia che si perde crescendo dovrà pur lasciare spazio per qualcos’altro…o no?

centro sociale - recreation center?

Oggi non scrivo in inglese perché farei fatica a trovare le parole giuste. Vorrei che però un giorno, leggendo questo post, i miei figli imparassero qualcosa sul pregiudizio e sul buonsenso.
Ho cercato la locuzione "centro sociale" in inglese su vari dizionari trovando una serie di definizioni, molte irripetibili, alcune profondamente offensive, a mio avviso. La maggior parte non riflettono assolutamente quella che è una locuzione "culturally-embedded", cioè di matrice puramente nostrana. Il fatto è che questo tipo di associazionismo nei paesi anglosassoni difficilmente esiste se non per nulla, come non esiste l'idea che siamo tutti uguali con uguali diritti come molti aderenti a varie tipologie dei centri sociali italiani sostengono. Al massimo, esiste l'idea che se anche siamo tutti diversi abbiamo comunque gli stessi diritti, ed è un ragionamento che, personalmente, preferisco. Questo concetto un po' ingenuo del centro sociale come focolaio di sopravvivenza dell'idea comunista più ancestrale, ereditato dal comunismo partigiano, io credo, non trova spazio in paesi la cui cultura, fin dalla base, spinge avanti solo il più forte o il più meritevole. Prendendo in prestito una metafora naturale, se nei paesi anglosassoni vige la legge della giungla, in Italia vale la regola del banco di sardine. Infatti, come per le sardine appunto, se siamo tutti uguali e con uguali diritti non ci resta che "l'unione" che "fa la forza". La forza è nel gruppo, non nel singolo.
In questi giorni sto imparando, a mie spese, che preferisco essere una tigre che una sardina, anche se mi tocca lottare per la sopravvivenza, anche se mi tocca dimostrare ogni minuto che ho diritto a vivere e a vivere bene. Nei paesi anglosassoni un centro sociale è al massimo un "recreation center", cioè un posto dove giovani e/o anziani possono ritrovarsi per trascorrere insieme il proprio tempo libero e questo indipendentemente dal fatto di riconoscersi in una qualche corrente politica.
Nei paesi anglosassoni è difficile immaginare un'occupazione abusiva di giovani di qualsiasi luogo pubblico, o che qualcuno possa protestare millantando il diritto acquisito ad uno spazio pubblico a prezzo di favore se non a costo zero, a scopi culturali ma per fare, di fatto e se va bene, lotta politica. E' difficile perché se capitano cose del genere, si finisce in gattabuia senza passare dal Via, come a Monopoly. In posti del genere, se vuoi qualcosa, o lo paghi o te lo devi guadagnare in qualche modo. In Italia, spesso e volentieri, i centri sociali, specialmente quelli giovanili, usano l'associazionismo come scusa per mettere in piedi attività ludiche a costo zero. Quel che mi fa più imbestialire, in questo senso, è che si trincerano dietro presentazioni pubbliche da libro stampato, parlano di socialità, benessere civico, attenzione ai bisogni della cittadinanza per poi finire ad organizzare rave party, e non importa se a cinque metri dall'orecchio di un bambino di pochi mesi. Purtroppo lo dico per esperienza acquisita, perché a quel genere di feste e in quel genere di posti andavo anche io dieci anni fa. Di buono c'era che noialtri si andava fuori, in campagna, lontano da abitazioni ed esercizi pubblici e privati. Insomma si poteva fare tutto il casino del mondo per quindici euro all'anno e fino a tardi che nessuno aveva da ridire. E non è che tutti avessimo l'auto: si andava anche in motorino, ci si organizzava con chi aveva l'auto del babbo o della nonna, la panda da due soldi che andava giusto a spingerla e si accettava il rischio di poter restare a piedi - cosa che, peraltro, non accadeva mai. Il mio era un "circolo ARCI", direi un vero e proprio "recreation center", come le bocciofile o i centri per anziani, solo a tempo di rock n' roll e, qualche volta, di heavy metal. Ragazzi quelli sì che erano tempi! E magari di posti così ne esistono ancora, basta cercarli! Poi c'è l'altra faccia della medaglia: il centro sociale in città, a pochi metri da abitazioni e negozi, e lì sono dolori. Sono dolori perché, obiettivamente, chi ci abita ha tutto il diritto a vivere sereno, a dormire la notte e a rientrare a casa tranquillo senza correre il rischio di essere importunato o peggio pestato o addirittura rapinato. E questa, intendiamoci, non è direttamente colpa di chi organizza le serate, perché logicamente non può prevedere chi sarà presente, e magari si tratta in sé di brave persone, Tuttavia, la loro, e purtroppo consapevolmente, è una colpa indiretta. Spesso sanno perfettamente di non essere in grado di contenere questo tipo di fenomeni, di non avere risorse per creare un clima idoneo allo svolgimento di certe attività ricreazionali (una casa non è un teatro o una sala da concerti e spesso i centri sociali dispongono di poche centinaia di metri quadri in stabili di proprietà comunale), di non poter offrire né tanto meno garantire sicurezza, tranquillità e vivibilità a chi abita dattorno alle loro sedi. Spesso, sono più interessati al proprio tornaconto che altro, perciò si battono, anche con metodi discutibili e spesso illegali, per avere degli spazi da utilizzare, indipendentemente, a volte, dalla loro capacità di gestirli adeguatamente e senza curarsi minimamente degli effetti che questo può avere su chi li circonda. E allora la socialità, il diritto uguale per tutti che fine fa? Beh, facilmente evapora come l'alcool in un bicchiere di birra: rapidamente e senza lasciare ricordi sostanziali. In sostanza, sono ragazzi, giovani che desiderano una valvola di sfogo a costo minimo (meglio se zero), il che non è nemmeno sbagliato, ma che, come panzer e come gli stessi kapò che millantano di voler combattere, vanno avanti per la propria strada per ottenere quello che vogliono, a qualsiasi costo e fregandosene del prossimo. E' questo che me li fa detestare come pochi, l'assoluto disrispetto per una democrazia minima, la stessa che sbraitano di voler promuovere. E, tutto ciò, trincerandosi dietro i "diritti dei giovani". Direi che anche io sono sufficientemente ancora giovane per rivendicare gli stessi diritti. Solo che a me interessa il diritto alla tranquillità mia e dei miei figli, al riposo, alla sicurezza di non trovare rifiuti di ogni genere, anche medico-sanitari, sparsi nel giardino di casa. La parola chiave è questa, "casa". Io non rivendico questi diritti fuori casa ma dentro, ed è casa mia, col suo bel mutuo e le bollette da pagare a mio carico. Il mio diritto alla sicurezza al Comune costa la fatica di cercare una collocazione per un centro sociale che non sia a 5 metri da casa mia. Ai frequentatori del centro sociale costa la fatica di organizzarsi per uscire dal centro urbano anche se, persino qui dove abito, si può dire che siamo fuori dato che l'autobus dopo le 17.30 non passa fino al mattino dopo. Chiedo molto se chiedo perché me li devo trovare a divertirsi fino alle ore piccole a pochi metri dalla camera dei miei figli? Oltretutto con esempi di centri sociali, e ne esistono, di cui non si lamenta nessuno perché, nel loro piccolo, sanno organizzarsi, anche in città. Dico, ma solo a me devono capitare gli sfattoni arrabbiati che fanno e ascoltano musica ska senza avere nemmeno i soldi per insonorizzare  le pareti? Mah...